Bianca come fresia – Marika Giannetto

Posted: 22nd febbraio 2012 by Carlo Martinucci in Riflessioni

 

Stella ha sedici anni e studia al liceo. In primavera sua cugina Simona si sposerà e proprio oggi l’accompagna ad una delle prove del vestito da sposa. Si guarda attorno, il posto è strano: mille abiti bianchi in file ordinate, rasi, pizzi, balze, seta, organza, fiocchi.. e tantissime scarpe con fiori, strass, tacchi alti…

Stella non capisce: dove è finita? Tanti vestiti e accessori che verranno usati solo per l’arco di una giornata, per poi essere messi in un angolo, dimenticati. E verranno anche dimenticate le emozioni, i sentimenti e le motivazioni che hanno spinto sua cugina e il suo fidanzato a questo grande passo. Presto non si ameranno più e si lasceranno. Simona indossa il suo vestito, infila le scarpe, le sistemano il velo tra i capelli. Mentre si guarda allo specchio un’ondata di emozioni l’avvolgono, inizia a sentire il gioioso nervosismo che proverà camminando fino all’altare, il timido compiacimento di essere guardata beatamente dal suo sposo. I suoi occhi sembrano brillare nello sfavillio del bianco puro che la circonda. Simona guarda Stella e le racconta, le spiega: «Stella sorridi! Questa è pura gioia! Il bianco rappresenta la purezza, il bianco è gioia! Non capisci Stella? Quel giorno sarà solo di Amore, di Dio…».

Simona va avanti per lungo tempo e Stella ascolta e comprende. La promessa che i due sposi faranno sarà per tutta la vita, per l’eternità, e sarà così non solo perché prometteranno davanti a Dio, ma perché vivranno in comunione con Lui per sempre. Se mai dovessero cadere, sbagliare, saranno insieme e insieme si ricongiungeranno alla Vita, alla Verità. Il bianco dell’abito di Simona non è solamente un colore, è la Fortezza di tutto ciò che lei e il fidanzato hanno costruito e che costruiranno. Bianco è il colore di Dio e bianche saranno le rose…

Stella torna a casa, piena di gioia. Ha riscoperto la Bellezza. Ha capito come trovare serenità nel suo cuore, come trovare consolazione, aiuto e gioia in ogni prova ed avversità. Bianca è la fresia che sua cugina le ha dato, di fresie sarà il suo bouquet, il profumo è dolce… come dire… puro!

Bianco è il foglio che Stella ha davanti a sé. E comincia a scrivere: «Stella ha sedici anni e studia al liceo…»

Marika Giannetto

 

Andando in parrocchia per la festa della Sacra Famiglia, che qui a Milano ricorre la quarta domenica di gennaio, mi sono imbattuto in un numero speciale di Celebriamo la Messa. Ma si, proprio lui, il mitico foglietto della Messa stampato dall’Ancora che, per la sua struttura a brochure, può comodamente distendersi sul banco e piegarsi in tasca per la riflessione personale. Solo che stavolta il sottotitolo era un po’ particolare: Galateo in chiesa.

In effetti che ci fosse bisogno di ribadire agli stessi fedeli che cosa si fa o non si fa in chiesa ce n’era veramente bisogno. Qualche tempo fa una donna mi ha sgridato perchè avevo cacciato fuori dalla chiesa una zingara che stava spargendo patatine per le panche. “Ma è solo una bambina!”, si è lamentata. “Ha ragione, signora”, le ho risposto pacatamente, “ma anche il Signore è il Signore”.

E siccome il Signore è il Signore, il card. Scola si è visto costretto a ripetere ai credenti (lo ripeto, ai credenti) l’ABC dello stare in chiesa. “Le belle maniere non più di moda in chiesa sono espressione della fede che abbiamo e del rispetto che nutriamo per il Signore”.

L’opuscolo non dimentica proprio niente: si parte dalla domenica come Dies Domini alla raccomandazione di far fruttificare l’Eucaristia nella vita quotidiana una volta usciti dal tempio.Nel mezzo la ricapitolazione di tutto ciò che mai avremmo immaginato dovesse essere ricordato.

La chiesa è casa di Dio…E’ prima di tutto un luogo di preghiera, in cui si celebra l’Eucaristia e si adora Cristo realmente presente nelle specie eucaristiche, riposte nel Tabernacolo”. Entrando nella casa di Dio tra noi bisogna allontanare i rumori della strada e della vita quotidiana e dotarsi di un vestiario consono al luogo: si sta per assistere al Mistero della Redenzione, che si ripeterà sotto i nostri occhi! “Se si desidera e si è in tempo, ci si può fermare in preghiera dinanzi all’immagine della Madonna o del Santo patrono della chiesa stessa” per aprire gli occhi sulla Gerusalemme Celeste, che presto si unirà a noi nel Sacrificio dell’altare.

Un apposito capitoletto è dedicato al digiuno eucaristico, cioè quell’astinenza dai cibi materiali che ci consente di porci davanti all’Eucaristia come “terra riarsa, senz’acqua”, citando le Scritture.

Altri box sono dedicati a spiegare cos’è il Tabernacolo e ad illustrare, con appositi disegni, le posture da assumere nell’atteggiamento di preghiera (genuflessione, inchino profondo…). La Comunione si riceve innanzitutto in bocca; non si vieta però di prenderla con le mani (e lì apposito disegnino). “In ambedue i casi non si devono fare segni di Croce o genuflessioni”: questa indicazione è sicuramente farina del lato “progressista” dell’Ufficio liturgico. Infatti è meglio piegare entrambe le ginocchia. Sempre sull’uso delle mani, viene finalmente vietato il girotondo al Padre Nostro. Allargare le braccia non è disdicevole in sé: è la postura del IV sec. d.C.!

Si eviti, terminata la Messa, di fare salotto in chiesa, per non disturbare chi volesse fermarsi a pregare”. Si, quindi, al ringraziamento di tradizionale memoria, no alla corsa sul sagrato!

I comportamenti sviati non sono nati in un giorno. Un tempo il popolo sapeva benissimo cos’è una chiesa ed infatti valicava quella soglia nel più completo silenzio, sedeva nella più totale compostezza e, caso mai, esagerava nell’accodarsi ai confessionali o davanti alle cappelle dei Santi. Quando a catechismo si smise di trasmettere nozioni precise, arrivarono le semplificazioni, la più gettonata delle quali era che la Messa è una festa. I bambini (e poi gli adolescenti e gli adulti) cominciarono a comportarsi di conseguenza e si smarrì quasi del tutto il senso del sacro.

Ecco perchè il Papa ha visto la necessità di un Anno della Fede per richiamare tutti alla vera sostanza del Cattolicesimo e all’importanza di un buon catechismo per fare un buon cattolico.

 

Cinzia e Mimmo, due giovani legati da un delicatissimo profondo sentimento di amore sponsale.
Come questa loro storia d’amore sia nata e si sia solidificata in uno spazio di tempo anche breve, è qualcosa che lascia incantato anche me, ammirato spettatore.
Era da diversi mesi che Cinzia corteggiava Mimmo ma invano: quest’ultimo non reagiva perché i suoi sentimenti non si muovevano. Del resto, quando non si è accompagnati da sentimenti corrispondenti non è possibile, anzi, non è giusto illudere una ragazza. Questo modo di ragionare è ricorrente, spesso dettato da un senso di rispetto e onestà, ma nasconde germi di immaturità.
Un giorno affrontai Mimmo e gli dissi: «Per quale strano motivo non prendi in considerazione i sentimenti di una ragazza che ti offre amore?»
«Perché non ho sentimenti»: mi rispose molto candidamente.
Lo investii: «Come? tu, giovane di 23 anni laureando in Psicologia, ragioni ancora come un adolescente! Alla tua età non ci si può innamorare come a 16 anni. Altri criteri, più maturi, devono ormai governare la tua vita: razionalità e fede».

Pertanto, in obbedienza di fede, darai 7/8 mesi di piena disponibilità a Cinzia e pregherai molto per capire se il Signore ti sta dicendo qualcosa. Se al termine del tempo indicato nulla lasce in te, semplicemente lo dirai.
Sono bastati due mesi ed è esploso un amore che non ci sono parole per descrivere. Si è così solidificato nel tempo che è una gioia vederli relazionarsi, sentirli parlare.
L’amore tra Cinzia e Mimmo è plastico, traspare da tutti i pori e crea un alone che si vede e si tocca.
Se volete godere, intuire e partecipare leggete queste pagine: le hanno scritte loro. Capirete molte cose, vi riscalderanno il cuore e troverete tante utili indicazioni che guideranno i vostri passi lungo il cammino dell’avventura dell’amore.

P. Giovanni Marini o.f.m.
Convento Porziuncola – Assisi

CHIAMATI ALL’AMORE. CHIAMATI ALLA GIOIA!,  Testimonianze e indicazioni di percorso per giovani che cercano l’Amore, per fidanzati che nell’amore cercano la Felicità, pro manuscripto, a cura del Servizio Orientamento Giovani

 

Giornate discrete si alternavano a crisi lunghe, violente, in cui la febbre saliva a vertici preoccupanti. Vicino a Natale occorreva scrivere ai principali benefattori. Ci pensò don Rua. Ma don Viglietti, che faceva da segretario e da infermiere a don Bosco, gli suggerì:
«Se la sente di scrivere alcune frasi su qualche immaginetta? I benefattori ne saranno molto contenti».

Don Bosco, appoggiando le mani su una tavoletta di legno, scrisse venti frasi. Le ultime cinque hanno un profumo di eternità:
«Chi salva l’anima, salva tutto. Chi perde l’anima perde tutto».
«Chi protegge i poveri, sarà largamente ricompensato al divin Tribunale».
«Che grande ricompensa avremo di tutto il bene che facciamo in vita!»
«Chi fa bene in vita, trova bene in morte».
«In Paradiso si godono tutti i beni, in eterno».

Fu l’ultima frase che don Bosco scrisse, con grafia quasi ormai incomprensibile. La febbre è quasi sempre alta, il respiro affannoso. Nel grande cortile affollato di ragazzi si sente un silenzio insolito. Anche i più piccoli guardano a quella finestra, dove il loro grande amico sta morendo.

Con la fine dell’anno, sembra che arrivi inesorabilmente anche la fine di don Bosco. Al termine di una giornata spossante, don Bosco fa chiamare don Rua e monsignor Cagliero. Li prende per mano, come un papà stringe la mano ai figli maggiori, e dice adagio:
«Vogliatevi bene come fratelli. Amatevi, aiutatevi, sopportatevi a vicenda. L’aiuto di Dio e di Maria Ausiliatrice non vi mancherà…»

Nella notte chiede ad Enria un sorso d’acqua. Poi gli dice:
«Bisogna imparare a vivere e a morire».

L’inizio di gennaio porta una ripresa insperata. Ma sono pochi giorni, stroncati da un rapido peggioramento. Don Lemoyne gli suggerisce:
«Pensi a Gesù sulla croce. Anche lui soffrì senza potersi muovere».
«Sì, è quello che faccio sempre».

Gli ultimi giorni furono cancellati da un lungo sonno. Le ultime parole che riuscì a dire furono:
«Facciamo del bene a tutti, del male a nessuno. Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso».
Andò verso Dio all’alba del 31 gennaio 1888.

Lorenzo Toso

 

Riflessione accattivante. Ma, a parte la prima versione di Prince of Persia, non ho mai giocato con un videogioco. La domanda nasce spontanea: videogiocatori dell’orbe, cosa ne pensate?

Costanza Albè

Il rapporto fra bene e male, la tensione fra reale e virtuale, l’esorcizzare la morte in infinite ripetizioni e tentativi di vita: sono solo alcuni degli spunti offerti dal mondo dei videogiochi, incubatori di domande e risposte dal sapore filosofico.

«Perché il cattivo è buono?». Lo chiede suo figlio a Paul Karl Gee, professore all’Università della California e autore di uno dei libri più interessanti che siano stati pubblicati negli ultimi anni sui videogiochi. Glielo chiede mentre gioca, con il padre a fianco, a Sonic Adventure 2 Battle, un videogioco di azione che lascia al giocatore la scelta se essere “buono” o “cattivo”, ovvero se giocare calandosi nei panni della polizia, della giustizia, o di un delinquente, della malavita. E il bambino dimostra di capire fino in fono che cosa comporti questa possibilità: se io faccio la parte del cattivo, il cattivo per me è chi mi contrasta, cioè quello che secondo l’opinione più diffusa (e anche secondo me) è il buono. È chiaramente un problema etico. Di più, è un problema di fondazione dell’etica: cosa rende buono ciò che definiamo buono?

(…) Occorre distogliere l’attenzione dal medium e tornare a occuparsi del messaggio. Se l’attenzione va al medium (al mezzo, allo strumento), allora – come la ricerca conferma – ciò che preoccupa il genitore, o più in generale l’educatore, è il tempo: quanto tempo passa il bambino, il ragazzo, videogiocando? Oppure sono gli effetti per così dire organici a fare problema: la fluorescenza dello schermo danneggia la vista? Le lunghe ore passate seduti danti allo schermo sono un fattore favorevole rispetto all’insorgere dell’obesità? Videogiocare isola? Compromette le normali relazioni sociali, soprattutto in età evolutiva? In tutti questi casi stiamo parlando di effetti (presunti o reali) che non hanno nulla a che fare con i contenuti del videogioco: con il plot, con i personaggi, con l’ambientazione delle vicende, con le azioni che viene chiesto al giocatore di compiere. Di questi aspetti tiene invece conto un modo meno immediato (e meno discorsivizzato dai media) di porre la questione educativa del videogioco: esso riguarda, per così dire, meno la sua fruibilità materiale e più le sue molteplici relazioni con il linguaggio, la morale, l’estetica, l’idea di uomo. In una parola: la filosofia del videogioco.

(…) Torniamo alla domanda da cui siamo partiti (perché il cattivo è buono?) e immaginiamoci tre scenari.

Primo scenario. Sto giocando a Grand Thieft San Andreas, il mio alter ego nel gioco è un criminale appena uscito di prigione e la missione che deve compiere è una rapina per portare a termine la quale dovrà uccidere un numero spropositato di persone. Come mi comporto? A ben vedere qui posso fare riferimento a due modi molto diversi di intendere cosa è bene. Se faccio prevalere il modello del gruppo, ovvero se per me è bene ciò che viene ritenuto tale all’interno di un determinato gruppo sociale o di una certa cultura, per me che sono un criminale è bene compiere la mia missione, costi quel che costi. Diverso è se, invece, ritengo che il bene sia qualcosa di più generale, che trascende quello che una determinata cultura può pensare; allora dovrei farmi prendere dal dubbio, chiedermi se sia giusto giocare secondo le regole cui mi viene chiesto di adeguarmi. Come si capisce, giocando a Grand Thieft, sullo sfondo tengo il convenzionalismo etico e l’etica tradizionale, mi abituo a decidere come se le azioni ricevessero valore dal loro contesto (e dal consensus hominum in quel contesto) o dal riferimento a un più generale ordine della cose.

Secondo scenario. In Lord of the Rings sono Legolas, l’elfo, e insieme ai miei compagni di avventura – il principe Aragorn e il nano Gimli – mi sto dirigendo verso la terra di Moria. Sulla mia strada incontro uomini e orchi delle armate di Sauron: il gioco mi impone di sterminarli per procedere. Quando si guardano giocare dei ragazzi con questo gioco, colpisce il fatto che si entusiasmano tanto più quanto più le uccisioni sono efferate e spettacolari. Ha un ruolo il fatto di sapere che si tratta di un gioco, ma non è irrilevante che la violenza venga utilizzata contro i cattivi. Qui di dubbi non ce ne sono: i cattivi sono gli orchi, i buoni siamo noi. E alla lunga – come molte ricerche hanno dimostrato – la violenza contro i cattivi viene deresponsibilizzata e legittimata. (…)

Terso scenario. In Operation Flashpoint, sono un soldato dell’esercito americano al fronte. Sperimentiamo la noia e la sospensione del tempo, aspettando da un momento all’altro un attacco nemico, dovendo obbedire a un comandante che non si preoccupa di me e dei miei compagni. In gioco qui vi è uno stereotipo molto resistente della cultura maschile: ovvero la possibilità di vedere in modo romantico la guerra, come occasione per atti di eroismo, spazio di esercizio della forza, celebrazione del valore del pericolo («la guerra è bella anche se fa male», come cantava De Gregori). Nel videogioco in questione la mia identità proiettiva è portata a immedesimarsi con i soldati al fronte, a sperimentare tutto ciò che rende la loro condizione assolutamente poco romantica e per nulla desiderabile. Di più. Provando cosa si prova al fronte, maturo la sensibilità sufficiente a capire anche ciò che verosimilmente prova un soldato nel campo avverso. Mentre smonto i miei modelli culturali, il videogioco mi abitua a sviluppare il “pensiero posizionale”, come lo chiama Martha Nussbaum, e cioè la capacità di mettermi nei panni degli altri, di guardare il mondo dal loro punto di vista.

La natura del bene e del male, i criteri della valutazione morale, la possibilità di una violenza “giusta”, lo sviluppo dell’empatia, i valori della tolleranza e del rispetto dell’altro sono, come ben si capisce, tutte questioni di grande impatto e di grande importanza dell’ambito dell’educazione morale: che il videogioco contribuisca a porli ne fa uno straordinario laboratorio etico.

(…) Avatar è il nome che nel gergo del videogioco si dà al doppio sintetico del videogiocatore, alla sua identità virtuale. Il termine, in sanscrito, significa “disceso” (ava) “sulla terra” (tara) e, nella religione induista, indica le manifestazioni attraverso le quali la divinità prende forma umana. Il dato è interessante, soprattutto se posto in relazione con il fatto che questo nostro avatar può “perdere” vita e riguadagnarla, anzi ha a disposizione tante vite: nella logica del gioco dipende proprio da questo la possibilità di apprendere dai propri errori, dal fatto che la sanzione non è mai definitiva irrevocabile, ma esiste sempre lo spazio per riprovare. (…) nel videogioco la morte è sempre qualcosa di reversibile. Questo rovescia completamente la logica che sorregge normalmente la nostra esperienza: nella morte del mio avatar non incontro il senso della possibilità e del limite, ma lo spazio dell’esercizio senza limiti e senza condizioni; non conosco il pericolo, non sono portato a salvaguardare il mio doppio virtuale perché tanto la vita è qualcosa che si può sempre recuperare; e ancora, nel mio agire rischia di non esserci la serietà che solo nasce dalla consapevolezza del tempo che non ritorna e delle opportunità che non si possono sprecare. (…)

Un’insegnante (…) mi manifestava il suo dissenso proprio sulla possibilità che il videogioco offre di sbagliare ripetutamente senza paura degli effetti e delle sanzioni. Non lo trovava educativo: «La vita non è così!». Mi ha fatto pensare. Perché io ero convinto esattamente del contrario e cioè del fatto che quel che ci incolla per ore a un videogioco sia proprio la possibilità di provare e riprovare senza particolari conseguenze: fosse così anche per la chimica, la matematica o la lingua straniera, avremmo trovato la pietra filosofale della didattica! Il problema è che il bambino, il ragazzo, normalmente non si pone il problema e solo qualche volta, se gli prestiamo attenzione e creiamo le condizioni giuste, può darsi che ci chieda: «Perché il cattivo è buono?». Dalla nostra capacità di intercettare la domanda e di accompagnare la sua riflessione su quello che sta facendo dipende molto del valore educativo del videogioco e cioè il fatto di essere una palestra del pensiero critico, un interessante incubatore di domande e di risposte, filosofia.

Vita e Pensiero. Bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica, Novembre-Dicembre 2011, anno XCIV, numero 6, Filosofia del videogioco: capovolgendo McLuhan, Pier Cesare Rivoltella. Citazione a cura di Costanza Albè

 

Ad una teoria si può rispondere con un’altra teoria; ma chi può confutare una vita?
Evagrio Pontico,
monaco del IV secolo

E’ indubbio che la comunità Cristiana di Corinto diede a San Paolo non pochi problemi, anzi. Per accorgersene basta leggere le due lettere che l’Apostolo le inviò, lettere che sono inserite nella Sacra Scrittura in quanto parola di Dio. Sono pagine bellissime, appassionate, ricche di un amore forte e tenero allo stesso tempo. San Paolo ama molto Corinto, al punto di dire: “Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina”(2 Cor 11,2).
Mi piacerebbe molto, senza dilungarmi, condividere con voi alcune righe, che a me personalmente, quando le lessi per la prima volta, mi hanno colpito al cuore e tuttora mi sono molto care.
Nel Capitolo 11 della seconda lettera San Paolo, decisamente preoccupato per la l’integrità e la fede dei Corinzi, si scaglia contro presunti “superapostoli”, “operai fraudolenti”, che predicano un Gesù diverso da quello annunciato da San Paolo stesso. San Paolo, non per montare in superbia, ma, al contrario, con l’intento di allontanarsi nettamente da questi falsi apostoli, fa una sua autodifesa eccezionale, di fatto un racconto memorabile. E’ la sua storia, è ciò che ha subito, e patito, per portare Cristo a tutti gli uomini. Ecco allora che si comprende appieno la citazione riportata all’inizio di queste poche righe. Ecco allora che San Paolo, come ogni santo, è per noi un modello concreto da imitare per crescere nella fede, un esempio di vita che ci sprona a testimoniare Cristo ogni giorno, sempre meglio e con più amore.

Riporto il brano (2 Cor 11, 22-29):

Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?
Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco
”.

 

Mimmo e Cinzia Armiento sono due giovani sposi che per professione sono psicologi.

Attraverso questo libro (non in commercio) hanno voluto testimoniare il loro cammino sponsale. Partendo dalla loro esperienza e da quella di loro amici, hanno scelto di guidare il lettore a riflettere su quale via al rapporto di coppia sia da scegliere e quale evitare, posto che se anche il rapporto è iniziato per una strada senza futuro è sempre possibile decidersi per la responsabilità.

Il libro inizia con un messaggio chiaro: Dio Amore ci chiama. Una chiamata che mette paura, ma che non ci vede soli, Dio è con noi! (Is 43, 1-5)

E’ una via piena di GIOIA, PACE ed AMORE (gli autori lo scrivono proprio tutto in maiuscolo e mi piace riportarli allo stesso modo qui). Il libro è una testimonianza di felicità nell’amore sponsale fondato sulla roccia di Cristo Amore.

C’è un presupposto: tutti gli uomini desiderano essere felici, ma nella vita spesso si fanno scelte che portano all’infelicità. Questo succede perché non sanno chi sono e dove tendere lo sguardo. Da credenti possiamo guardare con fiducia alla Bibbia ed alla Genesi. Uomo e donna sono creature ad immagine e somiglianza di Dio che devono vivere in comunione d’amore con Dio sia come singole creature sia come coppia. In questa singolare addizione 1+1=3 l’uomo trova la felicità. La coppia umana è felice. Il peccato entra nella relazione quando l’uomo sceglie l’illusione di poter essere felice da solo, quando presume di sapere cosa gli occorre per stare bene. Una volta concesso al peccato di dividere l’uomo da Dio, l’uomo ha cominciato a temere Dio e quindi l’Amore; ha iniziato a scegliere il peccato, a mancare il bersaglio deliberatamente.

Cristo risorgendo ha vinto la Morte con l’Amore e ci indica la via (Gv 15, 9-13). Questo amore è salvifico, riempie di Gioia la vita ed è Pienezza ovvero rende Felici e Sazia perché è Epifania del Signore, è scala per il Paradiso ed anticipazione stessa del Regno dei Cieli.

Il Paradiso non è uno scalino più su dell’Amore! La santità non è uno scalino più su! L’Amore non è un mezzo per arrivare alla santità o alla felicità o a Dio stesso. L’Amore è già fine a se stesso. Perché è già felicità. E’ già santità. E’ già partecipazione alla natura di Dio; è già visione di Dio”. (pag. 33)

L’incontro con il proprio partner è quindi potenzialmente qualcosa di sublime. Ma per quale strada incontrarsi?

La prima via è quella dell’istinto sessuale.

E’ pura attrazione fisica, nell’altro è amato il corpo come oggetto di soddisfazione di desideri sessuali. Non vi è un incontro tra le due persone in quanto è una relazione di dominio e di violenza. Il partner è usato ai propri fini, violentato nella sua unicità, nella sua persona. In questo caso il rapporto non ha futuro e finisce nel momento stesso in cui viene soddisfatto il desiderio sessuale. Il dopo è un rapporto vissuto in un odio irrazionale e feroce, si toglie cioè la maschera mostrando la sua reale natura:

- invidia per ciò che l’altro aveva e mi serviva (bel corpo)

- aggressione: mi prendo a tutti i costi ciò che voglio

- violenza: non mi interesso della sua libertà, del fatto che è una persona

- distruttiva: ti invidio e ti distruggo

La condanna qui non è alla sessualità in quanto tale, parte imprescindibile di un rapporto matrimoniale e duraturo, ma a quella sessualità che è fine ultimo di un rapporto amoroso.

La seconda via è quella che erroneamente viene creduta la via d’accesso al vero amore: l’innamoramento, dove la logica è quella del cuore. E’ un’attrazione misteriosa e spontanea, un sentimento imperioso. E’ esperienza del “non posso vivere senza te”. L’altro viene idealizzato, tutto è buono, non vi sono difetti. Ma tale uso della mente è definito in psicanalisi “posizione psicoparoidea” dove il bene sta tutto da una parte ed il male tutto dall’altra ed è comune negli adolescenti innamorati.

L’incontro tra l’Io ed il Tu anche in questo caso non avviene perché il Tu è idealizzato, fittizio; vi è un’attrazione inconscia e non una scelta razionale. Lo scopo esplicito dell’incontro è un “vissero tutti felici e contenti”, quello non riconosciuto è di ricercare se stessi, la propria autostima, il proprio valore, la propria identità.

L’altro è un alter-ego per cui provare un legame, un sentimento costante, in lui/lei amo ciò che mi è simile. Si va a creare una fusione in cui le due persone vivono un rapporto fatto di:

- possessività gelosa e soffocante

- dipendenza totale dall’altro

- mancanza di rispetto dell’altro nella sua libertà ed unicità (dobbiamo stare insieme, fare le stesse cose, avere le stesse idee, etc.)

- ipercontrollo del partner e manipolazione tirannica

Il senso di estasi è peraltro effimero in quanto alle prime difficoltà/disillusioni l’innamorato precipita in un deserto di solitudine, angoscia e disperazione. Nella fusione dell’innamoramento si succhia la vita all’altro anziché donarla, non si accetta la libertà e la separazione che permettono lo sviluppo di una propria identità distinta dalla/nella coppia. Essendo anche questo un vicolo cieco si giunge ad un bivio quando il sentimento scompare:

- ci si lascia

- si percorre la via della maturità

L’amore da infatuazione non basta, non è ancora vero amore in quanto non si vede la persona amata per quello che è nei pregi e nei difetti.

Vi è, poi, la terza via quella giusta, quella dell’amore maturo. Che gli autori introducono con interventi di amici per farci capire le dinamiche, ecco alcuni brevi spezzoni:

Marco: “La conoscevo da tempo. Ma quella sera ho sentito qualcosa che non riesco a descrivere (…) non si può dire che ne ero cotto, mi sentivo lucido, presente a me stesso (…) Non so come mi sono sentito capace di attendere, di rifletterci su (…)”

Concetta “Sentivo che stava invadendo la mia privacy. In realtà non mi sentivo pronta ad intraprendere una relazione che non avevo voluto e deciso io (…) Incominciai a considerare che dopotutto Maurizio era un bravissimo ragazzo che mi sarebbe risultato difficile trovarne uno simile ai giorni nostri (…) Mi accorsi che mi faceva piacere stare con lui (…) decisi allora di buttarmi solo così avrei ottenuto conferma ai miei sentimenti” (pagg.87 e sgg.)

Chi sceglie questa via vuole crescere. Ha bisogno di progettare un futuro, di impegnarsi e nel matrimonio vede la sicurezza dal punto di vista affettivo ma anche un modo per realizzarsi come uomo/donna. Il legame è quindi stabile e duraturo.

Si cerca un partner che sia alla pari, maturo, intelligente con cui condividere i valori e gli ideali; una persona che si ami e che sappia amare. Vi è un incontro che generalmente avviene nella cerchia degli amici, raramente è uno sconosciuto (cosa invece tipica nell’innamoramento).

Vi è un’intuizione pervasa da lucidità, concretezza e realismo ed una sensazione di libertà e serenità interiore data da una scelta compiuta dopo una valutazione critica. “Rispetto al progetto lui/lei va bene?” e’ il progetto che determina l’incontro! Mentre si comincia a frequentarsi ci si soppesa ed il “sì” del cuore diviene un “sì” graduale alle emozioni, al sentimento, ai sogni di vita insieme ed alle fantasie sessuali.

E’ un legame che coinvolge tutta la persona; non è un calcolo freddo, è un giocarsi tutta la vita. Chi corteggia prova paura perché nell’altro si vedono i difetti che minano le certezze. Amore è quindi donarsi con coraggio.

Chi è corteggiata (ma può essere anche un uomo ad essere corteggiato) è questo il momento di giocarsi la vita, sicurezze non se ne trovano guardandosi dentro. Spinte nemmeno. Con coraggio e responsabilità si dice sì all’amore.

Se c’è il rifiuto? Lo si accetta, l’amore non si svende e rispetta l’altro. E’ l’altro che sceglie di non essere felice e co-artefice di un bellissimo progetto! In questo amore maturo:

- non c’è infatuazione (l’altro non è perfetto)

- non c’è fusione (la relazione è paritaria)

- si incontra una persona normalissima

- io sono tutto me stesso con i miei valori, idee, etc.

- l’amore è una scelta non un bisogno, è via della libertà e della ragione

Il consiglio degli autori è quindi questo: “prima ama, impegnati vedrai che dopo non smetterai più di amare”.

Infine vi è una quarta via, la via della Fede.

E’ una via profetica, in essa ci si vede proiettati davanti alla scelta in modo freddo e razionale e non vi è il tempo di meditarci sopra. Bisogna buttarsi, fidarsi di Dio. “O accetti per fede, o dici no, per paura!” (pag.103)

E’ un amore ricevuto per grazia e che con grazia si dona. E’ un amore senza condizioni, che non chiede nulla in cambio. Vuole solo il bene dell’altro. Ama sempre perché si basa sullo Spirito. Ama rispettando la libertà altrui. Vede tutto il bene dell’altro senza idealizzarlo e sa far fiorire il bene che vede.

Il libro è pervaso da una gioia e da un amore che si toccano con mano. Una vera testimonianza!

Andrea Annunziata

 

Carissimi amici,
volevamo condividere con voi una piccola grande gioia nata dal riconoscimento dato alla vostra umilissima rivista dall’emittente cattolica Radio Maria. Infatti il pomeriggio di sabato 14 gennaio 2012, durante la trasmissione “Educhiamo la famiglia” di Medua Dedè, incentrata sul tema – a noi di Cuore d’Europa molto caro – dell’amore casto, la presentatrice ha scelto di leggere un estratto dall’articolo “Decalogo per l’uomo che ama” scritto dal nostro amico Carlo Martinucci e pubblicato sull’ultimo numero di Cuore d’Europa. Oltre ad esprimere il suo apprezzamento per la pubblicazione, cosa per la quale la ringraziamo di cuore, la signora Medua ha anche sottolineato più volte come, sebbene il linguaggio sia più “terra terra” rispetto a quello solitamente fruito dal pubblico dei radioascoltatori di Radio Maria, questo modo schietto e giovanile che affrontare temi importanti e decisivi per la vita dell’uomo sia in realtà molto efficace per riavvicinare proprio i più giovani a quella verità che dà vero sapore all’esistenza. Essendo questo l’obiettivo principale che Cuore d’Europa si è posta sin dalla fondazione non possiamo che essere entusiasti di questo piccolo ma significativo apprezzamento.

Abbiamo quindi deciso di condividere con voi due estratti della trasmissione!

Chiunque volesse ascoltare per intero il programma di Medua Dedè del 14 gennaio lo mettiamo QUI a disposizione.

Cogliamo nuovamente l’occasione per complimentarci con Carlo Martinucci per lo splendido articolo e per ringraziare la sig.ra Medua per il suo prezioso lavoro di catechesi.

Buon ascolto!

La redazione di Cuore d’Europa

 

Col 6 gennaio 2012 si sono toccati i 600 anni dalla nascita di Giovanna d’Arco (1412-31), figura chiave della Storia francese perchè, con la sua ventata d’entusiasmo, diede una brusca sterzata alla guerra dei Cent’anni (1337-1453), che fino ad allora era condotta dagli inglesi, facendo incoronare Carlo VII (1431-61) a Reims e lambendo le mura stesse di Parigi, saldamente in mani britanniche.

Nel corso dei secoli successivi Giovanna fu trasformata in strega (soprattutto da parte inglese), icona dei martiri dell’Inquisizione (illuministi) e perfino proto-femminista. Benedetto XV (1914-22) la canonizzò nel 1920 nel bel mezzo del Biennio Rosso, additandola, certo, come esempio di sopportazione cristiana delle avversità, tuttavia fu subito catturata dalla propaganda politica francese.

La Francia annuncia giustamente grandi festeggiamenti per l’eroina nazionale, che culmineranno con la Messa dell’arcivescovo di Parigi presso il paese natale della Pulzella d’Orleans, Domremy. Giovanna sul rogo, a Rouen nel 1431, ce la misero gli inglesi, tuttavia ciò non avvenne senza il consenso di tanti francesi (in primis l’arcivescovo di Beauvais, suo inquisitore) e il silenzio determinante proprio di quel re di Francia che la ragazza aveva aiutato. Il monarca l’abbandonò bellamente al suo destino, pago della corona raggiunta non per meriti suoi.

In un certo senso Giovanna scoprì in quella triste maniera uno dei lati più torbidi dei suoi connazionali, il cinismo. I francesi, oltre a festeggiarla, dovrebbero meditare attentamente la lezione di umiltà che la Pulzella consegnò loro: rimase fedele a quella che le sembrava la volontà di Dio fino alle estreme conseguenze, senza inserire nulla proveniente dal suo sacco.

Devo confidare che, come Santa, Giovanna non mi è andata sempre a genio, soprattutto perchè non vedevo come la riunificazione della Francia dovesse scomodare addirittura il Cielo, come se gli inglesi fossero meno figli di Dio dei francesi (Enrico VIII era ancora di là da venire e mentre Londra parteggiava per il Papa giusto, ad Avignone regnava un antipapa che faceva i comodi d’Oltralpe). Inoltre, la Francia riunificata da allora in poi prese a tradire sistematicamente la Cristianità, prima coi turchi, poi con i filosofi, poi con i giacobini ecc…

Mi sembrava una concessione, anche qui, alle smanie di grandezza delle Francia, che giusto in questi mesi stiamo vedendo purtroppo all’opera, in tandem con la Germania, a discapito della nostra sovranità nazionale. Tuttavia, se Charles Peguy (1873-1914) arrivò a cantare Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, con quel commovente prologo cristologico in cui “gli eguali videro bene che Egli non aveva nessun uguale”, sapeva il fatto suo.

E sia così anche per noi. Affidiamo a S. Giovanna questa Francia, dimentica di Dio ed assetata di dominio, e l’identità culturale di ogni singolo popolo d’Europa (vedi alla voce: Ungheria) calpestata nei palazzi di Bruxelles.

Michele Brambilla

 

Mei Li abita a Pechino. John è di Londra, turista in Cina. I due si sono innamorati e stanno così bene da non avere bisogno di parlare per essere felici. Sentono poi il desiderio di comunicarsi il loro sentimento. “I love you, Mei Li”. Mei Li non risponde e non dà mostra di aver capito. John prova a ripetere la frase per qualche giorno, sperando che la ragazza dia un segnale positivo. E’ piuttosto stupito e in seguito amareggiato dal comportamento di lei, tanto che comincia a interrogarsi sulla sincerità del loro rapporto. Negli stessi giorni a Mei Li è venuta la stessa idea e comunica i suoi sentimenti a John: “Wò ài nì, John!”. Il suo entusiasmo svanisce accorgendosi che il ragazzo sembra non apprezzare il suo sforzo di aprire il proprio cuore, anzi, sembra non accorgersene affatto.
Mei Li e John arrivano alle stesse conclusioni: “Non mi ama. Non me lo dice mai!”. Si lasciano, con grande dolore.

Un po’ improbabile la storia, vero? Fortunatamente sì. La prima obiezione sensata non è tanto come abbiano fatto i due a innamorarsi senza avere una lingua in comune (se l’amore è cieco, probabilmente è anche sordo. Pardon, l’innamoramento, non l’amore). Piuttosto, perché non è venuto in mente a nessuno dei due che la differenza linguistica fosse il vero ostacolo? Sarebbe bastato un semplice dizionario a evitare che i due provassero risentimento l’uno verso l’altro e si lasciassero. Insomma, bastava che ognuno dicesse il proprio “Ti amo” nella lingua madre dell’altro. Semplice, no?
La maggior parte, e molto spesso la parte più importante, di quello che comunichiamo a chi ci vuole bene non è però legato alle parole, alla comunicazione verbale, alla “lingua” in senso proprio. Eppure diamo una grandissima importanza alla conoscenza di diverse lingue. Giusto, ma la restante parte di quello che comunichiamo? Perché non ci viene insegnato a parlare, leggere e tradurre questa comunicazione? Scendendo nel caso che ci interessa, pensiamo a due persone che si vogliono bene (due innamorati, madre e figlio, due amici): non è solo il significato testuale delle parole che si scambiano a testimoniare il loro amore. E’ il tono, il sorriso con cui le pronunciano, è la vicinanza fisica mentre parlano, è l’aprire la porta per far passare l’altro, è la margherita che il bambino strappa dal vaso sul balcone e regala alla mamma. E’ anche saper stare zitti per più di 17 secondi (tempo medio in cui interveniamo per interrompere l’interlocutore) e ascoltare soltanto.
Molto bello, ma c’è un problema. Il problema è proprio lo stesso di Mei Li e John, di cui abbiamo appena sorriso. Il problema è che ognuno di noi parla un “linguaggio” diverso con cui comunica amore, e con cui vuole che esso gli venga manifestato.
Questa interessante intuizione viene da un consulente matrimoniale statunitense, Gary Chapman, che ha sperimentato in lunghi anni di consulenza a coppie in crisi la validità di questa ipotesi. La descrizione dei cinque linguaggi dell’amore, corredata da numerosi casi concreti e realmente accaduti, commenti e consigli sono raccolti in un bel libro edito da Elledici, che costa meno di 10 euro e si legge tutto d’un fiato. Il titolo: “I 5 linguaggi dell’amore. Come dire “ti amo” alla persona amata”.
Il volume è principalmente dedicato a coppie sposate. Tuttavia la proposta iniziale, a dire dello stesso Champman, è valida per tutti. Proprio tutti. Perché ognuno di noi ha un “serbatoio emozionale” che ha bisogno di essere riempito: ognuno ha bisogno non solo di essere amato, ma di sentirsi amato. Quello che il volume propone è di cercare di capire, secondo alcuni accorgimenti, il proprio linguaggio dell’amore principale, la nostra “lingua madre”. Il secondo passo sta nel capire il linguaggio di coloro ai quali vogliamo rivolgere il nostro affetto: dal coniuge, al fidanzato, al figlio, alla migliore amica. Terzo: cominciare a parlarlo: insomma, diventare bilingui!

Qui sotto si vuole “applicare” i 5linguaggi al caso particolare dei fidanzati.
Veniamo al dunque…

Le parole di rassicurazione
“Un complimento mi fa vivere due mesi” disse una volta Mark Twain. Se il nostro linguaggio dell’amore è quello delle parole di rassicurazione allora questo sarà vero anche per noi. Con “parole di rassicurazione” intendiamo, ad esempio, le parole di incoraggiamento che vorremmo ricevere in un momento difficile, prima di un esame o di una partita, davanti a una bocciatura o a qualsiasi insuccesso quotidiano. Ma sono anche i complimenti sinceri per un bel voto, un goal sensazionale, una torta buonissima. Il fatto che ciò che facciamo venga apprezzato anche verbalmente riempie il nostro serbatoio fino all’orlo. Questo comprende anche i “grazie” detti dopo un gesto gentile e le parole di perdono dopo un litigio. Se questo è il linguaggio del nostro/a fidanzato/a prestiamo attenzione poi al tono con cui facciamo una richiesta: domandiamo, non esigiamo e otterremo molto di più.
Vi siete riconosciuti in questo linguaggio? No? Proviamo col prossimo…

I momenti speciali
Se siamo insieme a una persona che parla questo linguaggio, imparare a parlarlo può mettere in gioco tutta la nostra creatività. I momenti speciali sono le occasioni in cui passare del tempo assieme svolgendo attività fuori dalla routine quotidiana. E allora usciamo a cena fuori, prendiamoci una giornata per fare una gita al mare o a Gardaland, facciamo al nostro lui o alla nostra lei una sorpresa, andiamo al cinema,a un concerto o anche solo a mangiare un gelato. Quello che contraddistingue un momento speciale non è tanto l’attività che si svolge, ma il fatto di dedicare parte del proprio tempo completamente all’altro. Un momento speciale molto importante consiste nella “conversazione di qualità”: se il nostro ragazzo o ragazza parla questo linguaggio sarà essenziale per lui/lei che dedichiamo del tempo a parlare. E’ da non confondere con le parole di rassicurazione: qui non conta quello che diciamo, ma quello che ascoltiamo. Quindi, regola numero uno: mantenere un contatto visivo. Non facciamo altro mentre ascoltiamo o parliamo. E, prima di tutto, non interrompiamo. Le ragazze, solitamente, raccontano più facilmente dei propri problemi e dubbi al loro fidanzato che, in buona fede, si sente chiamato a rispondere trovando e proponendo una soluzione a tutto. Lei, più probabilmente, voleva solo “parlare”, poter raccontare e sfogarsi, sapere di poter contare su qualcuno che la stesse ad ascoltare.

I doni
Questo è forse il più facile dei linguaggi da imparare a parlare. Ricevere regali può far sentire veramente amati, e questo non dipende dal costo e dalla grandezza del regalo. Il linguaggio dei doni comprende regali piccoli e grandi, impegnativi e stupidi, comprati, fatti con le proprie mani e perfino trovati. Se siamo un po’ taccagni possiamo pensare che il denaro che mettiamo in un regalo alla persona amata è denaro speso anche per noi: se l’altro si sentirà voluto bene, ne risentirà positivamente il suo atteggiamento verso di noi e il rapporto migliorerà sensibilmente.

I gesti di servizio
Quando penso ai gesti di servizio mi viene in mente cucinare, stirare, lavare i piatti, tagliare l’erba,…tutte cose che due fidanzati non sono ancora chiamati a fare. Non hanno ancora una casa in comune da curare e tenere in ordine. Quindi? Ciò che i fidanzati posso allora compiere come gesto di servizio è curare, abbellire e tenere in ordine il proprio corpo. Dalla saponetta alla maglietta preferita da lei, dal trucco alla felpa che non sembri abitata dalle tarme. Ma ci possiamo sbizzarrire a pensare diversi gesti di servizio che possano far piacere all’altro. Ad esempio, offrire un passaggio con la propria macchina, accompagnare o andare a prendere l’altro a scuola. Ma anche semplicemente aprire una porta, cedere il posto. Potremmo anche aiutare a preparare una festa, prendendoci noi alcune incombenze. Se richiesto, anche un aiuto nei compiti può essere un gesto d’amore. L’importante è che lo spirito con cui lo facciamo sia positivo, anche quando non ne abbiamo la minima voglia.
Questo non significa però diventare degli zerbini, atteggiamento che non aiuta la crescita né dell’uno né dell’altro.

Il contatto fisico
Siamo giunti alla fine. L’ultimo linguaggio, non per importanza, è il contatto fisico. Questo comprende baciarsi, abbracciarsi, dare carezze, tenersi la mano, tutte le manifestazioni fisiche di affetto di due fidanzati. Ma è probabile che basti anche mettere una mano sulla spalla quando si entra nella stessa stanza, sedersi vicini in modo da toccarsi. Uno dei momenti in cui il contatto fisico sarà maggiormente apprezzato sarà durante un momento di dolore. Se questo è il linguaggio della persona a cui stiamo insieme, la cosa più grande che possiamo fare è abbracciarla quando piange.

Che altro dire? Leggete il libro, che vi assicuro essere illuminante e piacevolissimo e…buon lavoro!

Costanza Albè — Tratto da Cuore d’Europa #10, giugno 2010