Mei Li abita a Pechino. John è di Londra, turista in Cina. I due si sono innamorati e stanno così bene da non avere bisogno di parlare per essere felici. Sentono poi il desiderio di comunicarsi il loro sentimento. “I love you, Mei Li”. Mei Li non risponde e non dà mostra di aver capito. John prova a ripetere la frase per qualche giorno, sperando che la ragazza dia un segnale positivo. E’ piuttosto stupito e in seguito amareggiato dal comportamento di lei, tanto che comincia a interrogarsi sulla sincerità del loro rapporto. Negli stessi giorni a Mei Li è venuta la stessa idea e comunica i suoi sentimenti a John: “Wò ài nì, John!”. Il suo entusiasmo svanisce accorgendosi che il ragazzo sembra non apprezzare il suo sforzo di aprire il proprio cuore, anzi, sembra non accorgersene affatto.
Mei Li e John arrivano alle stesse conclusioni: “Non mi ama. Non me lo dice mai!”. Si lasciano, con grande dolore.

Un po’ improbabile la storia, vero? Fortunatamente sì. La prima obiezione sensata non è tanto come abbiano fatto i due a innamorarsi senza avere una lingua in comune (se l’amore è cieco, probabilmente è anche sordo. Pardon, l’innamoramento, non l’amore). Piuttosto, perché non è venuto in mente a nessuno dei due che la differenza linguistica fosse il vero ostacolo? Sarebbe bastato un semplice dizionario a evitare che i due provassero risentimento l’uno verso l’altro e si lasciassero. Insomma, bastava che ognuno dicesse il proprio “Ti amo” nella lingua madre dell’altro. Semplice, no?
La maggior parte, e molto spesso la parte più importante, di quello che comunichiamo a chi ci vuole bene non è però legato alle parole, alla comunicazione verbale, alla “lingua” in senso proprio. Eppure diamo una grandissima importanza alla conoscenza di diverse lingue. Giusto, ma la restante parte di quello che comunichiamo? Perché non ci viene insegnato a parlare, leggere e tradurre questa comunicazione? Scendendo nel caso che ci interessa, pensiamo a due persone che si vogliono bene (due innamorati, madre e figlio, due amici): non è solo il significato testuale delle parole che si scambiano a testimoniare il loro amore. E’ il tono, il sorriso con cui le pronunciano, è la vicinanza fisica mentre parlano, è l’aprire la porta per far passare l’altro, è la margherita che il bambino strappa dal vaso sul balcone e regala alla mamma. E’ anche saper stare zitti per più di 17 secondi (tempo medio in cui interveniamo per interrompere l’interlocutore) e ascoltare soltanto.
Molto bello, ma c’è un problema. Il problema è proprio lo stesso di Mei Li e John, di cui abbiamo appena sorriso. Il problema è che ognuno di noi parla un “linguaggio” diverso con cui comunica amore, e con cui vuole che esso gli venga manifestato.
Questa interessante intuizione viene da un consulente matrimoniale statunitense, Gary Chapman, che ha sperimentato in lunghi anni di consulenza a coppie in crisi la validità di questa ipotesi. La descrizione dei cinque linguaggi dell’amore, corredata da numerosi casi concreti e realmente accaduti, commenti e consigli sono raccolti in un bel libro edito da Elledici, che costa meno di 10 euro e si legge tutto d’un fiato. Il titolo: “I 5 linguaggi dell’amore. Come dire “ti amo” alla persona amata”.
Il volume è principalmente dedicato a coppie sposate. Tuttavia la proposta iniziale, a dire dello stesso Champman, è valida per tutti. Proprio tutti. Perché ognuno di noi ha un “serbatoio emozionale” che ha bisogno di essere riempito: ognuno ha bisogno non solo di essere amato, ma di sentirsi amato. Quello che il volume propone è di cercare di capire, secondo alcuni accorgimenti, il proprio linguaggio dell’amore principale, la nostra “lingua madre”. Il secondo passo sta nel capire il linguaggio di coloro ai quali vogliamo rivolgere il nostro affetto: dal coniuge, al fidanzato, al figlio, alla migliore amica. Terzo: cominciare a parlarlo: insomma, diventare bilingui!

Qui sotto si vuole “applicare” i 5linguaggi al caso particolare dei fidanzati.
Veniamo al dunque…

Le parole di rassicurazione
“Un complimento mi fa vivere due mesi” disse una volta Mark Twain. Se il nostro linguaggio dell’amore è quello delle parole di rassicurazione allora questo sarà vero anche per noi. Con “parole di rassicurazione” intendiamo, ad esempio, le parole di incoraggiamento che vorremmo ricevere in un momento difficile, prima di un esame o di una partita, davanti a una bocciatura o a qualsiasi insuccesso quotidiano. Ma sono anche i complimenti sinceri per un bel voto, un goal sensazionale, una torta buonissima. Il fatto che ciò che facciamo venga apprezzato anche verbalmente riempie il nostro serbatoio fino all’orlo. Questo comprende anche i “grazie” detti dopo un gesto gentile e le parole di perdono dopo un litigio. Se questo è il linguaggio del nostro/a fidanzato/a prestiamo attenzione poi al tono con cui facciamo una richiesta: domandiamo, non esigiamo e otterremo molto di più.
Vi siete riconosciuti in questo linguaggio? No? Proviamo col prossimo…

I momenti speciali
Se siamo insieme a una persona che parla questo linguaggio, imparare a parlarlo può mettere in gioco tutta la nostra creatività. I momenti speciali sono le occasioni in cui passare del tempo assieme svolgendo attività fuori dalla routine quotidiana. E allora usciamo a cena fuori, prendiamoci una giornata per fare una gita al mare o a Gardaland, facciamo al nostro lui o alla nostra lei una sorpresa, andiamo al cinema,a un concerto o anche solo a mangiare un gelato. Quello che contraddistingue un momento speciale non è tanto l’attività che si svolge, ma il fatto di dedicare parte del proprio tempo completamente all’altro. Un momento speciale molto importante consiste nella “conversazione di qualità”: se il nostro ragazzo o ragazza parla questo linguaggio sarà essenziale per lui/lei che dedichiamo del tempo a parlare. E’ da non confondere con le parole di rassicurazione: qui non conta quello che diciamo, ma quello che ascoltiamo. Quindi, regola numero uno: mantenere un contatto visivo. Non facciamo altro mentre ascoltiamo o parliamo. E, prima di tutto, non interrompiamo. Le ragazze, solitamente, raccontano più facilmente dei propri problemi e dubbi al loro fidanzato che, in buona fede, si sente chiamato a rispondere trovando e proponendo una soluzione a tutto. Lei, più probabilmente, voleva solo “parlare”, poter raccontare e sfogarsi, sapere di poter contare su qualcuno che la stesse ad ascoltare.

I doni
Questo è forse il più facile dei linguaggi da imparare a parlare. Ricevere regali può far sentire veramente amati, e questo non dipende dal costo e dalla grandezza del regalo. Il linguaggio dei doni comprende regali piccoli e grandi, impegnativi e stupidi, comprati, fatti con le proprie mani e perfino trovati. Se siamo un po’ taccagni possiamo pensare che il denaro che mettiamo in un regalo alla persona amata è denaro speso anche per noi: se l’altro si sentirà voluto bene, ne risentirà positivamente il suo atteggiamento verso di noi e il rapporto migliorerà sensibilmente.

I gesti di servizio
Quando penso ai gesti di servizio mi viene in mente cucinare, stirare, lavare i piatti, tagliare l’erba,…tutte cose che due fidanzati non sono ancora chiamati a fare. Non hanno ancora una casa in comune da curare e tenere in ordine. Quindi? Ciò che i fidanzati posso allora compiere come gesto di servizio è curare, abbellire e tenere in ordine il proprio corpo. Dalla saponetta alla maglietta preferita da lei, dal trucco alla felpa che non sembri abitata dalle tarme. Ma ci possiamo sbizzarrire a pensare diversi gesti di servizio che possano far piacere all’altro. Ad esempio, offrire un passaggio con la propria macchina, accompagnare o andare a prendere l’altro a scuola. Ma anche semplicemente aprire una porta, cedere il posto. Potremmo anche aiutare a preparare una festa, prendendoci noi alcune incombenze. Se richiesto, anche un aiuto nei compiti può essere un gesto d’amore. L’importante è che lo spirito con cui lo facciamo sia positivo, anche quando non ne abbiamo la minima voglia.
Questo non significa però diventare degli zerbini, atteggiamento che non aiuta la crescita né dell’uno né dell’altro.

Il contatto fisico
Siamo giunti alla fine. L’ultimo linguaggio, non per importanza, è il contatto fisico. Questo comprende baciarsi, abbracciarsi, dare carezze, tenersi la mano, tutte le manifestazioni fisiche di affetto di due fidanzati. Ma è probabile che basti anche mettere una mano sulla spalla quando si entra nella stessa stanza, sedersi vicini in modo da toccarsi. Uno dei momenti in cui il contatto fisico sarà maggiormente apprezzato sarà durante un momento di dolore. Se questo è il linguaggio della persona a cui stiamo insieme, la cosa più grande che possiamo fare è abbracciarla quando piange.

Che altro dire? Leggete il libro, che vi assicuro essere illuminante e piacevolissimo e…buon lavoro!

Costanza Albè — Tratto da Cuore d’Europa #10, giugno 2010

  1. andrea annunziata scrive:

    brava costanza!
    bell’articolo. consiglio a te e a chi vuole un libro ed un divertente spettaccolo tratti dal libro di chapman a cura di Pierluigi Bartolomei, il titolo?”moglie,marito e figli come so’ te li pigli”
    in allegato il promo dello spettacolo che è davvero divertentissimo!!!

    http://vimeo.com/7516544