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TESTO LETTERA Mio caro Malacoda, sì. Un periodo di tentazione sessuale è un tempo eccellente per lavorare in un attacco subordinato sull'irascibilità del paziente. Potrebbe essere magari anche l'attacco principale, purché egli lo creda subordinato. Ma qui, come in ogni altra cosa, bisogna preparar la strada per l'assalto mortale oscurando l'intelletto. Gli uomini non s'arrabbiano per la semplice sfortuna, ma per la sfortuna che vien concepita come un'ingiuria. E il senso dell'ingiuria dipende dalla sensazione che una richiesta legittima è stata negata. Quindi, più saranno le pretese sulla vita che riuscirai a far reclamare dal tuo paziente e più spesso si sentirà ingiuriato, e, di conseguenza, di cattivo umore. Ora, avrai notato che nulla riesce a farlo tanto facilmente andare in collera quanto il vedersi portar via, senza che se l'aspettasse, un periodo di tempo che egli faceva conto di avere a sua completa disposizione. E una visita inaspettata (mentre aveva una gran voglia di passare la serata tranquilla), oppure la linguacciuta moglie dell'amico (che gli capita fra i piedi mentre s'aspettava di godere un "tte-à-tte" con l'amico), che lo fanno andar fuori dei gangheri. Ora, egli non è ancora così privo di carità né così pigro che, per la sua cortesia, tali piccole esigenze siano "in se stesse" troppo pesanti. Esse lo fanno andare in collera perché egli considera il suo tempo come sua proprietà e ha la sensazione di essere derubato. Devi perciò custodire molto gelosamente nella sua mente questa strana pretesa: Il mio tempo è roba mia. Fa' in modo che provi la sensazione di cominciare ogni giorno come un legittimo possessore di ventiquattro ore.Fa' in modo che senta come una tassa gravosa quella porzione di codesta proprietà che è costretto a concedere a coloro che lo tengono impiegato, e come donazione generosa quella porzione ulteriore che si permette di dare ai doveri religiosi. Ma non devi mai permettergli di dubitare che il totale dal quale son state fatte queste decurtazioni era, in qualche senso misterioso suo personale diritto innato. Qui il tuo compito è delicato. La pretesa nella quale devi mantenerlo è tanto assurda che, se la si mette in discussione, neppur noi sappiamo trovare uno straccio d'argomento in sua difesa. L'uomo non può né fare né arrestare un attimo di tempo; gli giunge tutto per puro dono; sarebbe come se dovesse considerare il sole e la luna come sua proprietà. Inoltre, in teoria, egli è legato a servizio totale del Nemico; e se il Nemico gli apparisse in forma corporale e gli chiedesse il servizio totale perfino per un giorno, non potrebbe rifiutare. Gli sarebbe di gran sollievo se quell'unico giorno non implicasse nulla di più difficile che ascoltare la conversazione di una donna sciocca; e si sentirebbe sollevato fin quasi al più alto grado del disappunto se, per una sola mezz'oretta di quel giorno, il Nemico gli dicesse: Ora puoi andare a divertirti. Orbene, se si sofferma per un momentino a pensare alla sua pretesa, egli stesso è obbligato a comprendere che il fatto si trova in questa situazione ogni giorno. Quando adunque dico di mantenere nella sua mente questa pretesa, l'ultima cosa che voglio che tu faccia è di fornirgli argomenti in difesa di essa. Non ve ne sono. Il tuo compito è puramente negativo. Fa' in modo che i suoi pensieri non le si avvicinino. Circondala d'oscurità, e nel centro di quell'oscurità lascia che giaccia in silenzio, inosservato, ed efficace, il senso di Possesso-del-Tempo.
Il senso del possesso deve in generale essere incoraggiato. Gli esseri umani t'inventano continuamente pretese di proprietà che suonano ugualmente ridicole in Cielo e nell'Inferno, e noi dobbiamo mantenerli su questa linea. Gran parte della resistenza moderna contro la castità deriva dalla credenza che gli uomini hanno di "possedere" i loro corpi - quei possedimenti vasti e pericolosi, che pulsano con l'energia che fece i mondi, nei quali si trovano senza il loro consenso e dai quali vengono cacciati a piacere di un Altro! E' come se un bambino di stirpe reale, che suo padre abbia posto, per amore, al comando titolare di qualche grande provincia, sotto il governo vero di saggi consiglieri, s'immaginasse di posseder veramente le città, le foreste, e il grano, nello stesso modo con il quale possiede i pezzi del giuoco di costruzioni, sul pavimento della stanza dei giuochi. Noi riusciamo a produrre questo senso del possesso non soltanto per mezzo dell'orgoglio, ma per mezzo della confusione. Insegniamo loro a non far caso dei diversi significati del pronome possessivo - delle differenze sottilmente graduate che vanno dalle "mie scarpe", attraverso "il mio cane", "il mio servo", "mia moglie", "mio padre", "il mio padrone", e "la mia patria", fino al "mio Dio". Gli si può insegnare di ridurre tutti codesti significati a quello delle "mie scarpe", al "mio" della proprietà. Perfino nella stanza dei giuochi si può insegnare al bambino di voler dire, quando dice "il mio orsacchiotto", NON quel caro oggetto sul quale egli immagina di riversare il suo affetto e con il quale sta in una relazione speciale (questo è infatti quanto il Nemico vuol insegnar loro a voler dire, se non stiamo attenti) ma "l'orso che posso fare a pezzi se ne ho voglia". E all'altro capo della scala, abbiamo insegnato agli uomini a dire "il mio Dio" in un senso non proprio molto diverso da "le mie scarpe", cioè: "il Dio sul quale ho dei diritti per i miei segnalati servizi e che io sfrutto dal pulpito - il Dio che mi sono accaparrato".
E lo scherzo consiste nel fatto che per tutto il tempo il vocabolo "Mio" in un senso possessivo completo non può essere applicato a nulla, da parte di un essere umano. Alla fine, o Nostro Padre o il Nemico diranno "Mio" di qualsiasi cosa che esiste, e particolarmente di ogni uomo. Alla fine, non temere, s'accorgeranno a chi veramente appartenevano il loro tempo, le loro anime, e i loro corpi - certo non ad essi, qualsiasi cosa capiti. Presentemente il Nemico dice "Mio" di tutte le cose, per la ragione pedante e legalistica che le ha fatte lui: Nostro Padre spera di poter in fine dire "Mie" di tutte le cose, per la ragione più realistica e dinamica della conquista.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
RIFLESSIONE A CURA DI FRANCESCO PESERICO In questa lettera di Berlicche si affronta principalmente il tema del possesso. La missione di Malacoda è agire sull’irascibilità del paziente: e il modo migliore per farlo è negargli cose che lui ritiene legittime. Per esempio il tempo, che lui ritiene di sua proprietà: va in collera facilmente quando vede portarsi via del tempo che credeva di avere tutto per sé, magari per una visita inaspettata, o un contrattempo. Quindi lo scopo del Diavolo e fargli (e farci!!) avere il maggior numero possibile di pretese sulla vita, perchè in questo modo il paziente si sentirà sempre più a disagio. Questa forma di egoismo, il voler possedere il proprio tempo, il proprio corpo, la propria vita, è molto diffusa tra gli uomini di oggi. E a questi risponde Gandalf, ne “Il signore degli anelli”: “Noi possiamo solo decidere cosa fare con il tempo ce ci viene concesso”, dice, e al posto di “tempo” possiamo mettere “vita”. E in effetti noi non siamo in grado né di fermare il tempo né di rallentarlo, come possiamo dunque considerarlo nostro possesso? Infine, riguardo all’utilizzo del tempo, ricordiamoci dell’episodio del Vangelo in cui Marta, affaccendata nelle “cose di casa”, rimprovera Maria, che, seduta accanto a Gesù, non la aiuta. A lei quest’ultimo risponde così:”Marta Marta, tu ti agiti per molte cose, ma una sola è quella che conta”.
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